Vivere all’aria aperta

“Living outdoor”, vivere all’aria aperta: con l’hockey, ecco uno dei pilastri della visione del mondo dell'”homo canadiensis”. Diresti che un clima estremo come quello che c’è da queste parti dovrebbe farti desiderare un grog, un caminetto e la playstation e invece tutti vanno pazzi per la pesca al salmone, il kayak, le sedie pieghevoli col portalattina di birra e le mutande lunghe a nido d’ape (“waffle”, le chiamano, ma senza accompagnare la parola con un gesto parabolico della mano come faremmo noi).

Anche se sei un indolente mediterraneo come me, questa smania per lo “star fuori” arrivi persino a capirla, dopo tutto quello “star dentro” dei mesi invernali, trascorsi in casa, in ufficio o in un centro commerciale, mentre fuori, a meno 30, le narici sembrano anemone di mare quando transita il sub: passi da un ambiente riscaldato all’aperto e ti si chiudono ermeticamente in una frazione di secondo, senza bisogno di una molletta.

Le forme assunte da questa mania collettiva per tutto ciò che é selvaggio, e apparentemente incontaminato, sono infinite. A partire dalla foglia d’acero che campeggia nella bandiera nazionale, e quindi nei vessilli che garriscono su pennoni di 30 metri nei punti più caratteristici di una città (di solito un centro commerciale) o sulle sedie a rotelle motorizzate che i canadesi attempati guidano, con perizia analitica, sul marciapiede o nelle corsie del supermercato.

motorized chairs

La foglia d’acero la ritrovi in un numero sterminato di marchi commerciali, tatuata su caviglie e polpacci, pressofusa sulle divise da hockey, digitalizzata sul logo di un canale televisivo, stampata su confezioni di bacon e scatole di cereali. Lo stellone italiano, per fare un paragone, é già tanto se lo trovi sulle ingiunzioni dell’Agenzie delle Entrate, ma la sottostante idea di Stato è ovviamente diversa.

La lista delle attività classificate come “outdoor”, dalla A di “apple picking” (raccolta delle mele, a pagamento) alla W di “whale watching” (spionaggio delle balene nel loro ambiente naturale), é sterminata e include la pesca sportiva (8 milioni di praticanti, nel senso religioso del termine), la caccia, il golf, il giardinaggio, il trekking, ma anche il kayaking, il rafting, la pesca nel ghiaccio (che io pratico nel banco surgelati al supermercato mentre i Canadesi la fanno alla lettera), il campeggio, la tassidermia, ovvero l’arte di imbalsamare la cacciagione, solo per citarne alcune, con 1 miliardo e mezzo di giorni dedicati a queste attività ogni anno.

L’Istat canadese non calcola in modo strutturato l’industria dell’outdoor come fa la l’Associazione delle imprese di settore negli Usa, ma si può ragionevolmente ritenere che il mercato canadese valga circa da un decimo a un quinto dei 650 miliardi di dollari spesi ogni anno in America in “outdoor recreation”. Insomma, un business con un fatturato equivalente a quello dell’auto e quattro o cinque volte più grande del trasporto aereo civile, tanto per fare qualche paragone, e che da lavoro a milioni di persone.

golf3Prendete il golf, un’attività “outdoor” che in Canada ha uno dei suoi paradisi mondiali: lo praticano in sei milioni su 200 mila ettari di territorio, vale 11 miliardi di dollari di Pil, 350 mila posti di lavoro e due miliardi di dollari in tasse. “Home is where my cart is”, “casa mia é dove ho il carrello” non é l’sms autobiografico di un senzatetto, ma uno slogan che serve a vendere case costruite direttamente nel campo da gioco ai golfisti duri e puri.

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Al di lá degli aspetti economici, l’amore per la vita all’aria aperta significa soprattutto abbracciare uno stile di vita e un sistema di valori, ma anche avere incontri ravvicinati del terzo tipo con una popolazione locale precolombiana non ancora estinta: gli orsi. Lo so, sembra il frutto di un riflesso condizionato di noi (noi?) europei e di una indigestione di cartoni animati con Yoghi e Bubu da piccoli. Il fatto é che l’equazione Canada=alci&orsi é più vera dell’equazione Italia=pizza&mandolino.

L’orso è il convitato di pietra della vita canadese, nelle foreste ma anche in città. Non sorprende, per questo, che il Tg della sera spari in apertura la breaking news dell’orso che si addormenta dentro a un camion della nettezza urbana e si risveglia nel quartiere finanziario di Vancouver, mettendosi a passeggiare, con animalesca noncuranza, tra broker in grisaglie e venditori di hot dog.

Non manca la storiaccia di emarginazione e alcolismo, protagonista un orso nero trovato privo di sensi in un campeggio con 36 lattine di birra intorno, epilogo inquietante di una razzia in un frigo senza antifurto. Per stomachi forti é invece la testimonianza, sempre in prima serata, del tizio con parrucchino biondo che racconta del grizzly che gli ha “aperto” la tenda con una sola zampata, scalpandolo a vita.

L’aneddotica familiare include sempre, sempre, la storia di uno di questi incontri ravvicinati. Quella di casa nostra ha come protagonista quel genio a piede libero di mio cognato. Ventenne, con tre compari altrettanto brillanti, si trova a soccorrere un automobilista che ha appena investito un orso. Sotto choc, l’automobilista si lascia convincere ad abbandonare la scena del crimine: ad avvisare lo sceriffo penseranno i 4 samaritani, che in realtà hanno già un piano.

orso

Caricano il cadavere del plantigrado sul pick-up e lo trasportano in una radura non lontana dalla casa dei miei suoceri, con in testa il colpo del secolo: una cistifellea di orso vale mille dollari al mercato delle leccornie cinesi.

Ora l’orso é steso per terra, dal cruscotto del pickup salta fuori un coltello da caccia, aprono la pancia al plantigrado defunto, ma l’equipe di periti patologi ha studiato per corrispondenza e nessuno sa riconoscerla, la cistifellea. Il piano abortisce, la carcassa viene abbandonata, si torna a casa con le pive nel sacco. Per settimane, i miei suoceri fiuteranno l’aria arricciando il naso, ma una spiegazione arriverà solo vent’anni dopo, complice una birra di troppo e la raggiunta “maturità” del prodigio di famiglia.

Se vi sembra un ‘remake low budget’ di Pulp Fiction, fatevi un giro su outdoorcanada.ca: imparerete l’arte di scuoiare uno scoiattolo, ma anche quella di scegliere il richiamo per anatre dei vostri sogni (policarbonato e acrilico sono da preferire al legno, che nel tempo si impregna di saliva e cambia di tonalità).

L’orso influisce sulle regole di convivenza: a Churchill, sulle sponde del golfo di San Lorenzo, é norma di buon vicinato lasciare aperte le auto parcheggiate in strada per offrire rifugio ai passanti quando gli orsi polari scendono in città per una passeggiata.

L’orso é anche un fratello per gli aborigeni canadesi che abitavano queste terre prima dell’arrivo degli Europei. Diana Campeau, una delle mie studentesse di italiano, sta ultimando il master per la didattica ai membri della First Nation, la Prima Nazione, la parola a cui é pervenuta, al momento, l’elaborazione “politicamente corretta” di un nome che definisca, senza offenderli, gli Indiani d’America, stanchi di essere etichettati sulla base di un equivoco storico.

Diana preferisce parlare di autoctoni, visto che ci sono circa 600 First Nations in Canada, un milione e mezzo di persone, più del 4% della popolazione canadese. Popolazioni che definiscono sé stesse in rapporto al territorio in cui vivono. Diana é una donna minuta, parla il francese di un cattedratico della Sorbona e suo padre era un cacciatore della tribù Abenaki: é lui che le ha insegnato che gli orsi sono fratelli dell’uomo.

L’evidenza di questa prossimità uomo-orso é ancora una volta raccapricciante quanto vera: scuoiato, l’orso assomiglia in modo inquietante ad un corpo umano. Le conversazioni con Diana fanno riflettere e ti mettono in presa diretta con un diverso modo di concepire la relazione tra uomo e natura. Per esempio, qui a Kelowna tutti si ricordano dell’incendio che nell’estate del 2003 mandò in fumo 250 chilometri quadrati di foresta e quartieri residenziali, con 27 mila abitanti evacuate.

Lei pensa che quel disastro fu dovuto soprattutto alla incultura degli “occidentali”: la foresta si rigenera ogni 150 anni attraverso questi incendi, innescati normalmente da un fulmine. Per queste le popolazioni aborigene locali si sono sempre spostate, in estate, dalle montagne ricoperte di foreste, a rischio di incendi, alle rive del lago. Una saggezza evidentemente non fatta propria da urbanisti e palazzinari, che proprio sulle colline, e vicino agli alberi, costruiscono le ville milionarie che vendono ai pensionati che dall’Alberta si trasferiscono a Kelowna.

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Diana mi spiega che un uomo che pagaia sul suo kayak non é sul lago, é il lago. Mi lascio catturare da queste suggestioni metafisiche e provo a contrapporle allo spirito corrosivo del solito amico giornalista, e quindi cinico di professione, che mi fa delicatamente notare che “gli indiani d’America non sono nemmeno arrivati a concepire la sella e la scrittura”. Le riferisco questo giudizio e lei non si scompone.

Parla con pacatezza di un modello di trasmissione del sapere basato sulla tradizione orale: canti, leggende e racconti fanno del mondo un’aula che richiede umiltà all’insegnante di fronte agli elementi incontrollabili della realtà quotidiana. Piante per curarsi, animali da cacciare o da pescare solo nella misura in cui servono per alimentarsi, e mai da uccidere per divertimento o per sport, il fiume come un’autostrada, il sole e le stelle per orientarsi. Io che uso il gps per andare dal soggiorno al bagno mi sento spiazzato da questa cultura, con cui dubito si vada sulla luna, soprattutto perché ti tiene saldamente ancorato alla terra.

Il “whale watching” é un’altra forma di tortura largamente praticata in Canada: si va a Tofino, una delle capitali mondiali del movimento fricchettone, popolata dai discendenti degli americani che fecero la guerra in Vietnam guardandola in tv in territorio canadese, e ci si fa infilare dentro a divertenti tute anti-spruzzo a tenuta stagna (così l’acqua che entra non esce), di colore rosso come quelle dell’equipaggio di uno Shuttle.

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Si gira al rallentatore la scena dell’arrivo alla rampa di lancio e ci si pigia su uno Zodiac, guidato da un membro della First Nation che ha superato a pieni voti il test di rancore nei confronti dell’uomo bianco. L’obiettivo é quello di osservare nel suo ambiente naturale uno dei 20 mila cetacei che, da marzo a ottobre, migrano dalla Bassa California all’Alaska. Prima di arrivare ad avvistare la balena, però, il sadico al timone per 3 ore ti sbatte come uno zerbino sulle creste d’onda, facendoti passare la sacrosanta voglia di vomitare con una doccia gelata ogni 10 minuti. Poi il momento mistico arriva. Qualcuno grida “Laggiù”, qualcun altro dice “Dove?” e tu ti ecciti come Charles Darwin alle Galapagos, guardando una massa grigia che sembra il dorso di una balena e invece è uno scoglio. Di lì a poco arriva però un altro “whoosh” e vedi emergere a cento metri dal gommone le due pinne del cetaceo che nuota a dorso, con la pancia all’insù, e ti viene il sospetto che sia tu l’osservato speciale e che alla balena, per qualche motivo, il rosso non piaccia. Il rientro in porto, dopo altre 3 ore di salamoia nel frullatore, ti sembra la fine di un incubo. “Piaciuto?”. “Sì, tanto”. “Quando lo rifacciamo?”. “Appena trovo un avvocato divorzista…”.

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