L’alce e la patente

In British Columbia e nel resto del Canada la patente italiana, accompagnata dalla patente internazionale, é riconosciuta solo se sei qui in vacanza o per motivi di studio.

Quando diventi un “landed immigrant”, ovvero un residente a tempo indeterminato, hai 90 giorni per prendere la patente rilasciata dalla Provincia in cui risiedi.

Mal comune, mezzo gaudio, verrebbe da dire, pensando ai nostri concittadini europei.

Beh, no, perché forse per merito del proverbiale perfezionismo teutonico, o dei titoli mondiali di Schumacher e di Vettel in Formula 1, i tedeschi si godono la conversione automatica della loro patente. E lo stesso privilegio hanno inglesi e australiani, anche se guidano a sinistra, francesi e giapponesi.

Per gli italiani, nisba, e così, a cinquant’anni suonati e con trent’anni di guida alle spalle, il sottoscritto, sopravvissuto senza un’ammaccatura all’ora di punta a Trapani e al Grande Raccordo Anulare, si ritrova a ridare l’esame di teoria e di pratica.

Nel testo di preparazione, disponibile anche in cinese Mandarino e Punjabi, ma non – e ci mancherebbe – in italiano, trovo perle del tipo “come ci si scontra con un alce”.

Alla Volvo e alla Saab studiano come fare macchine a prova di alce dagli anni ’70 e tutti ci ricordiamo delle polemiche esplose in Germania nel 1997 perché la capitalista Classe A della Mercedes, a differenza della ex-comunista Trabant, si ribaltava durante il cosiddetto Test dell’alce. In quel caso, però, si trattava di evitare l’alce. Qui in Canada ti insegnano come si urta un alce. Sono andato a guardare le statistiche: si tratta di 250 incidenti all’anno, non di rado letali e non solo per l’alce.

I sacri testi dicono che occorre evitare l’impatto frontale, creando un angolo di incidenza tra veicolo e animale (suppongo con la collaborazione dell’animale stesso), frenare a tavoletta e rilasciare il pedale del freno prima dell’urto, per “alzare” il muso della macchina ed evitare che quei seicento chili di muscoli, corna e zoccoli, sorretti da zampe lunghe e gracili, entrino nell’abitacolo dal parabrezza.

Poi c’è “l’observation cycle”: in ogni momento dato, l’automobilista diligente deve essere impegnato a scandagliare con lo sguardo la strada da sinistra a destra, o a controllare   le macchine dietro nello specchietto laterale sinistro, nel retrovisore e nello specchietto destro. La procedura richiede da 5 a 8 secondi in tutto. Poi si ricomincia.

Rigorosamente disciplinata anche “l’occhiata oltre la spalla”, “shoulder check” in inglese, obbligatoria quando si cambia corsia, si gira a destra o ci si immette nel traffico: il manuale dice che devi ruotare la testa di almeno 45 gradi, sennò non vale. Il punto è che si tratta, in massima parte, di attività “implicite” di quello che definiamo “guidare un’automobile”, ma qui si sente il bisogno definirne la corretta sequenza e di misurarne i parametri.

Non mancano stranezze alle quali, da italiani, ci si abitua facilmente, come la svolta a destra consentita quando il semaforo é rosso, o il “four way stop”, dove ha la precedenza chi arriva prima all’incrocio, e in caso di arrivo simultaneo, chi viene da destra.

Il giorno fatidico dell’esame, prima di mettere in moto, ho aperto lo sportello alla attempata signora esaminatrice con un sorriso consumato, come se fossi abituato alla galanteria, ma lei lo ha richiuso (lo sportello, ma anche il sorriso) e mi ha gelidamente chiesto di controllare le frecce e gli stop.

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Ho deglutito e non ho smesso di girare la testa come un gufo durante tutti i 30 minuti del “driving test”, con gli occhi che ballavano come a una finale di Wimbledon e senza mai superare i 40 chilometri all’ora.

Alla fine, la signora esaminatrice mi ha promosso a pieni voti, io ho resistito facilmente all’impulso di abbracciarla e l’ho seguita in ufficio per gli adempimenti burocratici: ha tirato fuori una fotocamera digitale, mi ha messo con le spalle al muro e poi nel mirino, ricordandomi che nella foto era vietato sorridere perché altera i connotati.

 

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