Lezioni di Dolce Vita

Una folgorazione: il collateral piu’ ovvio di The Italian Olive Oil Merchant. L’insegnamento della lingua italiana. Di piu’: l’immersione totale nella Dolce Vita 2.0. Un battesimo, una rinascita, un’epifania.

Arrivo a teorizzare 3 target: quelli che sono italiani di seconda e terza generazione, il Signore li abbia in gloria. Figli di immigrati che a casa parlavano il calabrese stretto, sono andati al college e ora non sanno una parola di italiano.

Quelli che sognano di andare in vacanza nel Bel Paese, di sedersi a un tavolino all’aperto e di ordinare un cappuccino e “bruscetta” per impressionare i parenti italiani.

Poi gli Italian Wannabe, ovvero quelli che si sentono piu’ Italiani degli Italiani perche’ amano Bocelli, Caravaggio e il Brunello di Montalcino, anche se non in quest’ordine.

Una vespa rossa appoggiata a un muro di mattoni e’ perfetta nella brochure digitale con cui promuovo il pacchetto gold (senza che peraltro ci sia un pacchetto silver o bronze): duemila parole in 10 lezioni, incluse due sessioni “hands on” per imparare a fare il risotto alla milanese e la pizza alla napoletana. Oltre alla pratica bandana per prevenire la commistione cibo-derivati del cuoio capelluto.

Scomodo Tullio De Mauro e uno studio della Ibm vecchio  di 40 anni secondo il quale con 2000 parole si puo’ esprimere il 90% di quello che si puo’ considerare una conversazione quotidiana in italiano. Sorvolo sui puntigliosi come Alberto Arbasino che,  per esempio, suggerì con qualche ragione di aggiungere alla lista “peperone”.

Mi riprometto di approfondire il tema delle dimensioni del vocabolario fondamentale al tempo dei grillo-leghisti. Se non ho letto male, la stampa faziosa di sinistra ne attribuisce 600 a Salvini, rutti inclusi.

Ma sto divagando. Il problema e’ che gli studenti li trovo davvero. Marito e moglie in pensione, amiche che infilano la lezione di italiano tra il book club e il golf, un signore che crede di essere a una degustazione di rossi toscani.

Metto il pilota automatico.  Li blandisco perche’ gli prometto che sanno gia’ venti parole italiane prima di cominciare. Le scrivo alla lavagna sotto la loro dettatura. Si esaltano, anche se per meta’ sono parole della nostra gastronomia, per meta’ sono marchi della moda. Ogni tanto qualcuno azzarda “arrivederci” e “mafia”. Tutti invariabilmente uniscono le punte delle dita della mano destra, che lasciano andare su e giu’, stirando le labbra alla Robert De Niro.   

Esagero. Spiego che ci sono 250 hand gestures nella lingua italiana. Indispensabili per capirsi quando i dialetti cambiano ogni 50 chilometri lungo lo Stivale. Sembrano impressionati.

Nella prima lezione ci sono le vocali. Noi e i giapponesi: gli unici al mondo a terminare tutte le parole con una vocale. Uno mi fa notare la parola sport e lo metto dietro la lavagna perche’ non e’ una parola italiana. Al momento non mi sento di spiegare le preposizioni articolate.

Giganteggio dell’italica coerenza per cui ogni vocale e ogni consonante si pronunciano come si scrivono. Derido i cugini depressi d’oltralpe, che fanno “o” con la bocca per dire acqua e scrivono “eau”, dove della “o” non c’e’ traccia.

Non glisso sulla dialettica “g dura – g dolce” di “famiglia” e di “geroglifico-glicine”, (mii…. ora devo aggiungere “glissare”), ma ammetto che non avranno molte occasioni di usare la n con la g dura. Insomma “gnocchi” e “gnocca” sì,  “gnoseologia” anche no.

Sulle doppie consonanti, si fa fatica. Tanta. Sulla “erre” ancora di piu’.  Immagino il problema sia anatomico, anche se so per certo che gli scozzesi riescono a pronunciare la erre all’italiana.

Si apre l’abisso del dove metto l’accento tonico. La butto in statistica: X % parole hanno l’accento sulla penultima, Y% sulla terzultima e Z% sull’ultima, ma in quel caso l’accento si vede. Applicano la statistica e apparecchiamo il tavòlo. Gli racconto di Sordi che doppiava per scelta comica gli errori di accento di Stanlio e Ollio, che leggevano come potevano i cartelli degli assistenti di regia, visto che prestavano la loro voce anche per i mercati esteri.

Sul “Lei” formale mi incaglio: “in conventional sentences, as form of politeness, Italians use the third person singular and the femine pronoun Lei (similar to the language used with Royals: would His or Her Majesty care to visit….)”. Insomma, abbiamo truccato il referendum Monarchia-Repubblica per nulla. Ne approfitto per esibire un Toto’ d’antan, con l’archetipica pernacchia alla domanda retorica del cumenda: “Lei non sa chi sono io!”. Vizio senza tempo, praticato ancora oggi sulla tratta aerea Roma-Milano da amministratori delegati e deputati.

Inevitabilmente il mangiare fa da locomotiva. Favoleggio di un pranzo formale all’italiana con 8 portate, arbitrariamente catalogate dalla A di “antipasto” alla A di “ammazzacaffe’”. Uno schema dove i contorni hanno dignita’ autonoma, come il dolce e i formaggi.  Il caffe’ al bar viene  catalogato con la furia di un Linneo, svedese che non sara’ mai andato oltre alle polpette dell’Ikea o all’aringa cruda. Ristretto, espresso, macchiato caldo o freddo, corretto, lungo, allungato, in tazza grande o in tazza piccola, cappuccino, marocchino. Elenco sadicamente. Giustizia e’ fatta. Alla faccia di Starbucks e del Frappuccino.

(continua)

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