Alaska Airline Amarcord

Le cuffie sulle orecchie. Due tubi luminosi nelle mani. Il Bombardier Q400 con la faccia di un eschimese sulla coda e’ a duecento metri da me.

Sembra allontanarsi, poi fa un curva a destra e torna indietro, seguendo una linea gialla. Gira a sinistra, a 90 gradi e adesso punta su di me.

L’aria smossa dalle eliche mi investe in pieno, insieme al tanfo di kerosene. Il bestione e’ a 50 metri.

Io faccio su e giu’ con le braccia, come uno che imita un pellicano al decollo, ma resto incollato li’. Il comandante, che e’ quello seduto a sinistra, comincia zigzagare invece di seguire la linea retta che gli sto suggerendo. Lo fanno con tutti i novellini. Spiritosi, i piloti di Alaska Airlines.

Lascio cadere le braccia e le riporto su piano piano, poi incrocio teatralmente i tubi luminosi, a formare una X sopra la mia testa.

Il comandante spegne i motori e le eliche cominciano a rallentare.

Ogni volta, mentre mi avvicino per mettere due cunei di gomma alle ruote anteriori, mi viene in mente un hamburger.

Crudo. Senza panino. E’ quello che succede a chi si avvicina troppo alle eliche in movimento, ci hanno detto per tranquillizzarci al corso di due settimane a Portland, Oregon.

Apro uno sportello sul muso dell’aereo e ci infilo la spina del cavo elettrico che ora da’ la corrente elettrica all’apparecchio.

Avvicino una scaletta e apro il portellone. La hostess mi guarda, aspetta che la saluti e mi risponde come se fosse Anita Ekberg, ma non quando aveva vent’anni.

Una fila indiana di camicie a scacchi, camicie hawaiane, facce rosse del sole di Cancun, un sombrero. Canadesi che tornano dalle vacanze.

Per fortuna, non c’e’ solo l’insondabile sense of humour dei piloti o la prospettiva mentale dell’hamburger.

Per fortuna ci sono anche i turni di notte, e l’organizzazione scientifica del lavoro in un settore rimodellato dall’11 settembre.

Ma ricominciamo dall’inizio. La posizione per cui mi candido si chiama Customer Service Agent. Nel mio abbecedario onirico si tratta di una signora poliglotta, eterea, col chignon, che mi sorride da dietro a un computer, attacca un’etichetta a una valigia e mi restituisce il passaporto, salutandomi con la voce di Jessica Rabbit. Un gradino al di sotto del pilota e del personale di volo, ma pur sempre una creatura piena di glamour, che lavora in un aeroporto internazionale e parla le lingue.

Errore.  Quella signora con lo chignon e’ arrivata li’ dopo aver imparato a memoria le sigle di 3 lettere che individuano le 80 e passa destinazioni di Alaska Airlines. Posti dimenticati da Dio come Yakutat (YAK) o sigle come ORD per Chicago o IAD per Washington.

Sul monitor del computer, invisibile per chi e’ dall’altra parte del bancone, Chignon ha una schermata con decine di sequenze alfanumeriche verdi su fondo nero. Praticamente, Amstrong e Aldrin alle prese col codice 1201 e 1202 mentre cercano da parcheggiare il LEM in una strada di Roma. Il programma per il check-in e’ stato personalmente creato da un trisavolo di Bill Gates, che considera il mouse un segno della corruzione dei tempi, un’icona cliccabile un’eresia da estirpare nel sangue e l’estetica e la fruibilita’ di un’app una delle ragioni per cui Steve Jobs e’ fermo in purgatorio per accertamenti.

Ma la modernita’ c’e’. E’ nel processo organizzativo, nell’ibridazione di lavoro manuale e lavoro “concettuale” che fa arrapare i geni che disegnano diagrammi di flusso all’ufficio Talenti.

Il bravo Customer Service Agent sia impegnato su tutto il ciclo di lavoro, pontificano calcolando quanto risparmiano a maggior gloria degli azionisti. Dopo aver finito di verificare documenti e titoli di viaggio di tutti i “guests” del volo, il CSA entri nella cabina del telefono come Audrey Hepburn e ne esca come un facchino col gilet catarifrangente, le cuffie alle orecchie e le scarpe antiinfortunistiche.

Il punto e’ che in pista fai tutto quello che serve per far arrivare e ripartire l’aereo. Scaricare il passeggero in carrozzina. Mettere i sigilli ai portelloni per essere sicuri che nessuno e’ entrato di notte. Spegnere le luci dell’aereo dalla cabina premendo 6 o 7 interruttori, in un ordine predefinito, altrimenti l’aereo prende il raffreddore. Controllare che non ci sia una bomba a bordo, seguendo il mantra “look for what doesn’t fit in”.

Le “softskill”, invece, sono affidate a corsi di formazione online.

Per almeno un paio di ore alla settimana (rigorosamente non pagate, ma se le salti, stai in panchina per un giro) ti sciroppi video dove c’e’ una donna col chignon e la voce di Jessica Rabbit (ah, ecco dove le tengono…) che ti insegna quanto ghiaccio secco e’ ammesso per trasportare un salmone congelato (ah, ma allora qualcuno a Yakutat ci va…) o come dire A) alla “person of a size” che deve pagare due biglietti visto che gli servono due sedili,  B) al signore alticcio agli imbarchi che  non lo fai salire a bordo.

Per la cronaca, le risposte sono un concentrato di politically correct alla canadese con domicilio nel Paese degli Unicorni e degli Arcobaleni: A) “Ha gia’ viaggiato con noi?” Se dice si’, lo/la abbandoni al suo destino, che sara’ quello di essere respinto/a dallo steward di bordo. Se dice no, gli spieghi che stara’ molto piu’ comodo in una doppia poltrona a pagamento, una delle quali gli verra’ rimborsata se ci sono dei posti liberi sull’aereo.

B) Ti accosci, come nelle figurine Panini, vicino al guest su di giri, se e’ seduto, e gli sussurri al riparo da sguardi e orecchie indiscrete: “Caro signore, Lei mi sembra inebriato. Posso prenotarle un posto sul primo volo utile?”. Se il guest e’ ancora capace di stazione eretta, invece, lo fai sedere (non e’ spiegato come, ma un colpo secco dietro alla nuca dovrebbe bastare), e riparti dal punto precedente.

Di ritorno dal corso, fai due settimane di training on the job e hai la fortuna di conoscere i tuoi nuovi colleghi di lavoro. Il mix e’ sempre lo stesso: la psicopatica ex-impiegata di banca che conosce e applica i regolamenti alla lettera, il survivor che ha finito il corso da sei mesi, il laureato in farmacia, immigrato dall’Honduras che fa due lavori, la madre single.

anche qui il nonno del gruppo

L’affiancamento si chiama “shadowing”. Il collega esperto si mette alle tue spalle e supervisiona il tuo lavoro. Sudi, parli con disinvoltura del tempo con il guest (“il contatto umano e’ tutto, ragazzi”) e subito ti perdi nel labirinto a fosfori verdi. L’uomo o la donna-ombra ti fa spostare di lato e, alla velocita’ della luce, esegue alla tastiera uno spartito di Mozart che ha ripetuto per 40 ore a settimana per un decennio. L’uomo-ombra o la donna-ombra sono impalpabili, veloci, inafferrabili. Si destreggiano tra ritardi, cancellazioni, fidelity program, bagagli oversize, trasporto detenuti, visti di ingresso nel Belize e animali di supporto emotivo (da ammettere in cabina su ricetta del medico).

Poi, imbarcato l’ultimo passaggero, e tutti invariabilmente ti guardano come di fronte a un deja vu, la faccia interrogativa che sottintende “ma non ti avevo gia’ visto al check-in?”, chiudi il portellone, controlli a mano che tutto sia sigillato, indichi al pilota l’uscita dall’area di parcheggio e gli fai il saluto militare col tubo luminoso.

L’aereo decolla e si puo’ tornare all’ufficio-ripostiglio delle scope. Un collega anziano con un sorriso obliquo ti ricorda che il tabellone con i nuovi turni e’ stato affisso. Li’ c’e’ la verita’ ultima sul perche’ Alaska Airlines ti ha assunto. La settimana prima ti hanno chiesto di fare una classifica dei dieci turni che preferisci. Ti ci metti d’impegno per far quadrare partite in trasferta delle bambine, lezioni di danza, master in uncinetto. Pero’ scegli per ultimo e ti becchi 6 ore a settimana, 3 turni serali, quelli meno gettonati perche’ devi mettere a nanna il caro Q400 e vuotargli il vasino.

La verita’ e’ che sei li’ per permettere ai veterani di andare in vacanza e di godersi i weekend con la famiglia. Giustizia e’ fatta. Il 75% dei nuovi assunti si dimette entro 18 mesi.

A destra, il dr. Javies Robles. farmacista dall’Honduras.

“Perche’ lo hai fatto?”, si chiede qualsiasi persona di buon senso che legga queste cronache fantozziane e che sappia che basta andare su Glassdor per vedere il lato oscuro di qualsiasi azienda o posizione lavorativa.

I perks. I flight privileges. Ecco perche’ vendi l’anima al Diavolo. I biglietti aerei gratuiti. Il “Paradiso puo’ attendere” dei sedili invenduti, la “waiting list” del viaggio a sbafo, che a sbafo non e’ perche’ ti sei preso i turni piu’ infami, ma non sottilizziamo. E’ cosi’ che in coppia, o con tutta la famiglia, sono andato a Washington, Boston, Los Angeles, Seattle, New York, Las Vegas. E’ cosi’ che ho visto l’America.

2 risposte a "Alaska Airline Amarcord"

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