Quando il cyber ti va di traverso

Terminato. A 54 anni sono stato “terminato” dall’azienda canadese in cui ho lavorato per 10 mesi come Specialista di Lingua e Cultura Italiana. Il cyber, come lo chiama Trump come se parlasse di un ultracorpo arrivato da un altro pianeta, mi e’ andato, ad essere eleganti, di traverso. 

Benvenuto nel mondo dorato e volatile delle startup di Internet, dira’ qualcuno, che storie come questa le ha vissute o testimoniate in prima persona. Storie gia’ viste e sentite, d’accordo, ma questa riguarda me, e per definizione questo fa la differenza, anche se non vivo dei 50 mila dollari all’anno dello stipendio da volta-hamburger di McDonalds che l’azienda mi pagava. E dire che le cose erano cominciate nel segno dell’utopia digitale realizzata, qui e ora.  

Dopo tre anni da “casalinga”, mi ritrovavo a lavorare di nuovo in un’azienda “high tech”. Ricordo l’eccitazione del primo giorno in ufficio.

Ricordo anche la prima plenaria di tutta l’azienda (una trentina di persone). Il CEO ne aveva approfittato per fare il punto nave. “Alzino la mano quelli che sono stati oggetto di bullismo da piccoli”, aveva chiesto. L’80% dei presenti aveva alzato la mano. Io ero stato tra i pochi a non farlo.

Al liceo, per aver protetto un compagno di classe dai bulli, si e’ ritrovato a dover cambiare citta’ dopo aver ricevuto minacce di morte da parte di una gang. Da allora ha fatto della lotta al bullismo la sua missione. “Tutti, oggi, ci aspettiamo che una banca abbia dei firewall a prova di hacker o che un pc debba essere munito di un antivirus – aveva concluso – Tra non molto siti, videogames, istituzioni e app che abbiano una chat o un altro tipo di canale aperto con la loro comunita’ di riferimento avranno bisogno di essere certificati contro il bullismo, il razzismo o la semplice volgarita’ “.

Insomma i social sono una fogna a cielo aperto e il CEO si e’ messo in testa di ripulirla.

Per farlo ha investito la liquidazione incassata quando e’ stata venduta l’azienda in cui si occupava di cyber security e che produceva videogames per bambini. Con quei soldi, si e’ inventato un software che assegna un livello di rischio ad ogni parola della lingua inglese. Da zero a sette. Rischio zero le parole che non possono essere manipolate e hanno un significato univoco. Tipo “salve, blu o acqua”. Rischio sette le parole o le espressioni tipo “figa” o “datti fuoco”. 

Il sistema pero’ e’ pensato per risolvere le ambiguita’ che derivano dal contesto: la parola “coca”, per esempio, ha una pericolosita’ 3, ma se viene usata dopo “vuoi sniffare una pista di…”, invece che prima di “la vuoi con ghiaccio e limone?”, va da se’, il rischio cambia. Se il gestore della community, che di solito ha investito qualche soldo per dare la parola ai frequentatori del suo sito, ha deciso che il livello massimo di rischio che vuole prendersi e’ 5, beh, il pusher verbale vedra’ una raffica di asterischi nella sua linea di chat, visto che offrire una pista di cocaina vale un bel 6. In piu’ ricevera’ un messaggio che gli ricorda che i bambini ci guardano e prendono esempio da noi “adulti” e che finche’ non fara’ il bravo, sara’ autorizzato a dire solo frasi come “adoro le margherite”.

Il sistema e’ intelligente solo nella misura in cui il linguista prevede le ambiguita’ e le aggiunge al data base, valutando il differenziale di rischio.  

Io, in tutto questo, e anche se vengo dal Giurassico, ero stato assunto come esperto di lingua e cultura italiana, con licenza di lavorare anche in inglese e francese. Inutile dire che per 3 mesi ho fatto una fatica boia a imparare le funzionalita’ del programma, ma soprattutto ad adattarmi ad un contesto aziendale “alieno”, dove le riunioni si fanno in piedi (letteralmente, cosi’ durano meno), dove la scrivania si puo’ alzare e abbassare girando una manovella, come un letto d’ospedale, perche’ in piedi – dicono – si pensa meglio, dove un foglio Excel viene gestito da un gruppo di lavoro in tempo reale, e ti cambia sotto il naso come se fosse dotato di intelligenza propria. 

Una settimana ti occupi di droghe e alcolici, quella successiva di terrorismo o pedofilia.

Giochi a fare il Dio della Parole, decidendo quando un aggettivo, un verbo o un’interiezione sono una minaccia per il destinatario, o semplicemente socialmente inaccettabili perche’ di cattivo gusto. Lo confesso: ho abbracciato la causa del Politicamente Corretto, spinto dalla violenza e dalla vigliaccheria di chi sguazza nella fogna a cielo aperto dei Social Media.

Nell’anno delle elezioni americane piu’ truculente di sempre, ho lavorato per filtrare i tweet dei suprematisti bianchi.

Mi sono immerso con i compagni di scrivania nel dark web per trovare i modelli linguistici, e quindi mentali, con cui i pedofili adescano le loro vittime on line, si vantano delle loro conquiste o mercanteggiano i loro trofei sordidi. Ho apprezzato la premura con cui ci e’ stato chiesto di lavorare per periodi di tempo limitato in queste profondita’, preferibilmente in coppia con un collega per controllarsi a vicenda. 

Mi sono chiesto se la parola “cazzo” è ancora volgare o se la parola “terrone” è razzista. Ho creato onde telluriche censurando la parola “chiavi” e impedendo a schiere di millennial di parlare delle chiavi di casa. Sono andato in giro, vestito con una maglietta rosa, appiccicando a perfetti sconosciuti  post-it con frasi d’Amore Universale, tipo “sei meravigliosa” o “credi in te stesso”.

Di punto in bianco, il sogno di lavorare a un mondo Internet migliore si infrange. Il 25% dell’azienda viene invitato a mettere le proprie cose nel classico scatolone, stile Lehman Brothers. Il modus operandi e’ brutale e spietato e forse qualche differenza tra il turbocapitalismo dell’economia digitale e il veterocapitalismo industriale all’italiana si nota. L’ipocrisia stordisce. L’isolamento da colletto bianco in un ambiente non sindacalizzato funziona, eccome.

La settimana prima ti offrono un pacchetto di stock-options, confortevolmente seduti in una delle sale riunioni della nuova sede, un tripudio di cucine attrezzate, tavolo da ping pong, docce per gli impiegati e uffici luminosi con vista sulle colline della citta’, e la settimana dopo ti dicono che il 90% del tuo dipartimento (quello che produce i filtri per chat per i diversi mercati nazionali) non esiste piu’ perche’ il lavoro e’ stato esternalizzato. Solo “dammi la tua chiave elettronica, qui due settimane di stipendio, buona fortuna”.

Una mossa studiata a tavolino dal management (leadership, la chiamano, con sinistri echi nordcoreani) per dare un segnale agli investitori, innervositi dai ritardi nella tabella di marcia dell’azienda.

Il linguaggio, i modi, gli inviti pressanti a non criticare pubblicamente l’azienda, le sue strategie e il suo management non potrebbero essere in contrasto piu’ netto con la missione dichiarata dell’azienda: ripulire Internet dal bullismo, dalla pedofilia, dalla volgarita’, dal razzismo, dal sessismo. 

Nessuno dei “leader” ha sentito il bisogno, l’urgenza di contattare le persone licenziate per esprimere una sorta di solidarietà. Nessuno di loro. Per me significa che sto guardando negli occhi la vera cultura di un’azienda. Che non è il blaterare di “valori”, scritti sul sito web, codici di condotta, lettere del personale che ricordano alle persone che sfidano questo vuoto pieno di ipocrisia che “noi celebriamo la diversità”. La vera cultura aziendale viene fuori in tempi difficili. Stanno ancora cercando la Google di turno pronta a mettere sul piatto qualche billion per comprare il loro software. Good luck with that.

8 risposte a "Quando il cyber ti va di traverso"

  1. Mi dispiace a una certa età non e bello. Ma non tornare perche da noi lo tsunami deve ancora arrivare. E alla tua/Mostra eta non ti_ci prende nessuno. In bocca al lupo.

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