Uno su cinque e’ immigrato

L’immigrazione e le sue politiche hanno un’importanza cruciale nella società canadese e nel suo modello di sviluppo.

Inevitabile in un Paese grande come un continente, dove 7 milioni di abitanti sui 35 milioni complessivi sono nati fuori dai confini federali, dove ci sono 34 diversi gruppi etnici con almeno 100 mila individui e 10 di questi gruppi superano il milione di unità.

È così da sempre: due secoli dopo l’inizio della colonizzazione francese e britannica, furono i lealisti scampati alla rivoluzione americana, gli irlandesi affamati dalla Grande Carestia di Patate e gli “highlanders” approdati in Nova Scotia a dare vita ad una nuova ondata migratoria anglofona.

Solo sei anni dopo la nostra Unità d’Italia, nel 1867, Ontario, Quebec, New Brunswick e Nova Scotia  formano il nucleo iniziale del Canada, un nucleo in veloce espansione da est a ovest sulla scia della costruzione della linea ferroviaria transcontinentale.

Fatto il Canada, bisognava fare i Canadesi e il parlamento federale si mise d’impegno per trovarli anche al di fuori dei confini: pagando di 10 dollari di costi amministrativi, qualsiasi maschio maggiorenne e ogni donna capo-famiglia poteva diventare proprietario di 65 ettari di terra da coltivare. Gratis. Con altri 10 dollari, si poteva ottenere un appezzamento confinante delle stesse dimensioni, indispensabile per raggiungere la massa critica necessaria a rendere profittevole la coltivazione della terra.

Furono così distribuiti quasi 500 mila chilometri quadrati di territorio, più di una volta e mezzo l’Italia, ma il boom doveva ancora venire, perché per legge non si poteva acquisire la terra entro un raggio di 30 chilometri dalla linea ferroviaria della Canadian Pacific Railway: non una grande comodità per chi cercasse un mercato per i propri prodotti.

La costruzione della linea transcontinentale canadese fu un’epopea straordinaria, con il tipico contorno di politici corrotti e industriali dalla mazzetta facile, di aiuti di Stato e di protezionismo economico per neutralizzare la concorrenza americana.

Senza trascurare le polemiche a non finire sul tracciato, le consulenze per localizzare i valichi di montagna e l’opposizione dei Piedi Neri, tutt’altro che inclini a far passare i treni nelle loro reserve.

Insomma, l’odissea della TAV in format “colossal”, con 9000 immigrati cinesi impegnati nelle scene di massa: pagati la metà dei lavoratori autoctoni, svolgevano i lavori più pericolosi, maneggiando la dinamite per scavare le gallerie nelle montagne.

La ferrovia fu realizzata in 4 anni, costò una somma equivalente a miliardo e duecento milioni di dollari canadesi di oggi, oltre a 100 mila chilometri quadrati di terra ceduti in proprietà alla compagnia ferroviaria (a che servono i Bot quando puoi regalare l’equivalente di un terzo dell’Italia a un fornitore?), con 20 anni di esenzione dall’Imu dell’epoca.

Fu il primo ministro Wilfried Laurier, liberale e cattolico, col suo ministro degli interni Clifford Sifton, a ridimensionare i privilegi delle compagnie ferroviarie e a lanciare un programma di reclutamento di immigrati europei per popolare le Grandi Praterie canadesi, con tanto di manifesti e slogan come “The last best west”.

Un sacchetto di semi di Red Fife, il primo frumento mai coltivato in Canada, un biglietto gratuito di treno e migliaia di europei (tedeschi, ucraini, italiani) diventarono contadini-proprietari terrieri in un west molto meno selvaggio di quello americano, perché le mitiche Giubbe Rosse garantivano la Legge e l`Ordine.

Questa ondata migratoria ebbe il suo picco (più di 400 mila immigrati) nel 1912, per poi esaurirsi nel trentennio successivo per effetto delle due Guerre Mondiali e della Grande Depressione. L’ondata migratoria attualmente in corso é iniziata alla fine degli anni ’50  e ha portato alla ribalta le “minoranze visibili” provenienti dall’India, dal sud-est asiatico e, ora, dalla Cina.

Negli ultimi 10 anni, il Canada ha accolto in media 250 mila immigrati all’anno e i politici di tutti gli schieramenti hanno fatto a gara per mantenere inalterato, o addirittura incrementare, il flusso di immigrazione nel Paese.

Il liberale Paul Martin, primo ministro tra il 2003 e il 2006, aveva proposto di aumentare di 20 mila unità all’anno il numero programmato di immigrati, con l’obiettivo dichiarato di sopperire alla mancanza di lavoratori qualificati e contenere gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, ma perse le elezioni.

Il suo successore, Stephen Harper, conservatore, attribuisce al suo governo, attualmente in carica, il merito di aver accolto più immigrati di qualsiasi altro governo in passato.

Sulla stessa lunghezza d’onda si sono trovati, nel tempo, i centri di ricerca delle maggiori istituzioni del Paese: ancora nel 1991, ad esempio, l”‘Economic Council for Canada”, organo consultivo del governo federale canadese, suggeriva di dare impulso ulteriore all’immigrazione per portare la popolazione ad almeno 100 milioni di abitanti, mentre uno studio della “Royal Bank of Canada” nel 2005 proponeva di aumentare del 30% il tasso di immigrazione sino a 400 mila unità all’anno per sostenere la crescita economica.

Da qualche tempo, però, si stanno levando anche voci critiche sull’incremento dei flussi migratori, come quella del “Fraser Institute”, “think-tank” conservatore, secondo cui le tasse pagate dagli immigrati arrivati in Canada tra il 1987 e il 2004, sarebbero pari al 57% delle tasse pagate in media dai cittadini Canadesi, con il risultato di creare un disavanzo di 23 miliardi di dollari all’anno tra quanto il Governo investe per gli immigrati e quanto gli immigrati pagano in tasse al governo.

Per un altro centro studi conservatore, l'”Howe Institute”, l’afflusso di immigrati determinerebbe un innalzamento, e non un abbassamento dell’età media delle popolazione, attraverso il meccanismo del ricongiungimento famigliare.

Vero é, però, che le politiche dell’immigrazione riguardano non solo la quantità, ma anche la qualità dei flussi migratori: il Canada é stato il primo Paese al mondo, quasi cinquant’anni fa, a introdurre un sistema a punti per regolare l’immigrazione.

L’idea alla base del sistema era quella di creare una società multiculturale, attraendo in Canada le persone con i requisiti necessari ad un avvenire personale prospero e per questo capaci di contribuire allo sviluppo dell’economia del Paese.

Il primo ministro Pierre Trudeau, liberale, fu l’artefice di questa autentica rivoluzione, anche se é fondato il sospetto che abbia abbracciato il multiculturalismo per catalizzare i voti della popolazione “naturalizzata”, come antidoto contro il nazionalismo e il predominio delle “due solitudini” del Paese, l’anima francese e quella inglese. Nella stessa direzione andavano il favore per l’espansione della comunità italiana in Canada, tendenzialmente liberale, o l’allargamento della possibilità per i nuovi canadesi di sponsorizzare i congiunti di qualsiasi età nei Paesi d’origine.

A tutto il 2013 il sistema a punti distingue tra lavoratori e professionisti qualificati da una parte, e imprenditori e investitori, dall’altra. Alla prima categoria servivono 67 punti su 100 per immigrare legalmente, ai secondi ne bastano 35.

I punti sono attribuiti in funzione dell’età (10 punti, il massimo, viene attribuito tra i 21 e i 49 anni), del grado di istruzione (con un massimo di 25 punti per chi è in possesso di un dottorato post-universitario), della conoscenza – certificata da un soggetto terzo – della lingua inglese e/o francese (per un totale di 24 punti) e delle esperienze di lavoro (altri 21 punti) in una delle professioni indicate in un elenco elaborato dal governo federale.

Nella lista in vigore prima del 2013 c’era spazio, tra gli altri, per chef e cuochi, elettricisti, idraulici, gruisti, architetti, psicologi, farmacisti, infermieri, dentisti e igienisti dentali.

Dal maggio del 2013, le maglie della rete hanno cominciato a restringersi e la parte del leone la fanno ovviamente gli ingegneri: gestionali, civili, meccanici, minerari, petroliferi, geologici, chimici, aerospaziali e informatici. Poi ci sono gli oceanografi, i programmatori informatici e gli sviluppatori di media interattivi, gli analisti finanziari, i fisioterapisti, gli ispettori per la sanità e la sicurezza sul lavoro, i tecnici di laboratorio e radiologi.

Dieci punti vanno a chi ha già un’offerta di lavoro in Canada e altri 10 si possono ottenere se si è “sponsorizzati” (ovvero se si ha famiglia in Canada o si ha un coniuge che ha famiglia, ha studiato o lavorato in Canada nel passato).

Anche il sistema a punti comincia però ad essere messo in discussione perché non sembra più capace di risolvere l’equazione “benessere dell’immigrato qualificato = sviluppo dell’economia” che ne costituiva la premessa: l’80% degli immigrati tra il 2000 e il 2007 aveva almeno la laurea (contro la media del 25% dei cittadini nati in Canada), ma evidenzia un tasso di disoccupazione nei primi 5 anni dall’ingresso nel Paese maggiore di quello dei laureati nati in Canada (15% contro il 3,5%) e un reddito pari al 67% degli omologhi “born in Canada”, con uno squilibrio quantificato tra i 2 e i 3 miliardi di dollari all’anno.

Solo il 60% degli immigrati che entrano in Canada come lavoratori qualificati trova poi un’occupazione effettivamente qualificata: il fenomeno dei tassisti laureati in medicina é riscontrabile anche nel Paese della Foglia d’Acero.

Ma questo non è l’unico paradosso: quando il Canada ha spostato il baricentro del sistema dall’immigrazione dal ricongiungimento famigliare a quello della ricerca dei lavoratori qualificati, ha finito per abbassare la retribuzione di mercato per i lavori che richiedono la laurea e innalzare quella per i lavoratori meno qualificati. Non manca chi sostiene che il principale difetto del sistema sia che sono i burocrati a Ottawa a decidere quali sono i lavoratori di cui ha bisogno il Canada invece che le imprese.

Anche nella patria del multiculturalismo, però, basta sostituire il cognome anglosassone di chi manda un c.v. ad un’azienda con un cognome indiano o cinese per dimezzare la percentuale di chiamata al primo colloquio di lavoro, come ha dimostrato una ricerca dell’università di Toronto.

Il Canada ha l’undicesima economia al mondo, cresce del 2% all’anno da un decennio,  é transitata indenne attraverso la peggiore recessione dal ’29, é uno dei 14 al mondo con la tripla A, ha un debito pubblico sostenibile (85% del Pil) e un sistema bancario solido. É ancora un paese enorme con una densità ridottissima, ma il 75% dei canadesi vive entro 160 chilometri dal confine con gli Usa e l’afflusso di immigrati tende a concentrarsi nelle grandi città, come Toronto, Montreal e Vancouver, determinando un sovraccarico della domanda di servizi che mettono a dura prova le infrastrutture cittadine. In Canada non ci sono più gli spazi vuoti della sua infanzia di Nazione in via di formazione.

Anche per questo i Conservatori al governo stanno pensando di introdurre dal 2014 un nuovo sistema di immigrazione in Canada basato sulla “manifestazione di interesse” da parte del richiedente. I richiedenti verranno valutati e inseriti in una graduatoria che tiene conto del livello di istruzione, delle esperienze lavorative, della conoscenza della lingua. Imprese, governo federale e Province potranno attingere da questa graduatoria.

Questo dovrebbe permettere di accelerare la tempistica della procedura d’immigrazione e consentire all’immigrato di avere un lavoro compatibile con la propria istruzione ed esperienza professionale già all’arrivo. Si ipotizza anche un maggiore ricorso ai permessi di lavoro temporanei (che non danno la residenza a tempo indeterminato), l’azzeramento delle liste di attesa e una riduzione programmata della quota di immigrazione legata ai ricongiungimenti famigliari.

L’opinione pubblica più liberal e i nuovi canadesi contestano questo orientamento perché, facendo leva sulla conoscenza dell’inglese, tende a penalizzare l’immigrazione da paesi emergenti come Cina, Russia, India e Brasile rispetto a quella proveniente da Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia.

Contestano l’azzeramento delle liste d’attesa, perché antepone l’efficienza all’equità, e il ruolo dei datori di lavoro nella scelta degli immigrati da ammettere nel paese, perché privilegia le logiche da selezione del personale su quelle della costruzione di una comunità nazionale.

L’ipotesi dei super visti di lavoro al posto delle residenza a tempo indeterminato e la limitazione dei casi di ricongiungimento famigliare (oggi sono il 25% delle immigrazioni complessive, mentre il 62% ha una motivazione economica e il 13% riguarda i rifugiati politici) fa prevalere la transitorietà sull’inclusione e, di fatto, indurrebbe gli imprenditori a preferire i lavoratori stranieri temporanei ai canadesi, grazie ai salari più bassi.

Anche in Canada, soprattutto in Canada, il tema dell’immigrazione legale (quella illegale oscilla tra le 35 e le 120 migliaia di unità, un ventesimo di quella italiana) tocca tutti gli aspetti della vita quotidiana: il lavoro, la sanità, le pensioni, la casa, la scuola, l’università. Il dibattito, insomma, continua, e la società bussa alla porta della politica per avere soluzioni che preservino il sogno canadese.

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