Io, emigrante per caso

con i bagagli

Cinquant’anni, moglie e due figlie di 6 e 4 anni, una laurea in legge, un lavoro ben retribuito da dirigente d’azienda, una casa di proprietà con un mutuo trentennale di 300 mila euro. Questo ero io nel 2013.

Un tenore di vita che, in questi tempi economicamente cupi per (quasi) tutti, si sarebbe potuto definire agiato. Nonostante questo, nell’estate di quello stesso anno, sono emigrato in Canada.

Ora, per milioni di persone la scelta di emigrare é una scelta disperata, una questione di vita o di morte. Si lascia il proprio Paese per scampare alla fame, a un regime oppressivo, al machete o al Kalashnikov di un vicino fanatico. Qualche privilegiato emigra per una cattedra universitaria, per un laboratorio più attrezzato o perché fa almeno 20 goal a campionato. C’é chi emigra perché l’erba del vicino é sempre più verde, per vivere in un clima tropicale o temperato, o per portare la parola di Dio a chi non l’aveva sentita prima e stava bene lo stesso.

Non sono certo di poter considerare Gengis Khan, Napoleone o Hitler degli emigranti in senso stretto (per quanto estrema fosse la forma di turismo di gruppo che hanno praticato, si è comunque trattato di un fenomeno transitorio), ma il fatto è che mia moglie Teresa è canadese, è venuta nel Bel Paese nel 2001 per seguire le tracce della sua annacquata italianità (per metà é tedesca, per un quarto gallese, ma i bisnonni materni erano abruzzesi di Ortona).

A Milano sbarcava il lunario insegnando inglese, ma ha incontrato me e il suo anno sabbatico é durato più di due lustri. Sarah e Kate, che sono nate al Buzzi, erano già bilingui prima che ci trasferissimo qui. Teresa ama l’Italia, le macchine in doppia fila, le code in Posta, il Ferragosto in autostrada, ma alla fine la nostalgia per il suo Paese di origine ha avuto la meglio: la “saudade“ canadese, a differenza di quella brasiliana, è ancora poco studiata, ma provoca sintomi inequivocabili come la comparsa improvvisa di un tatuaggio a forma di foglia d’acero sulla caviglia, la celebrazione in solitaria del Thanksgiving Day, soppesando tacchini nel reparto pollame dell’Esselunga e le levatacce notturne per seguire i playoff della National Hockey League. Teresa ha improvvisamente manifestato tutti questi segni e quella di tornare a casa è diventata una scelta per lei obbligata.  In buona sostanza, e a distanza di tre anni, capisco al 100%  le sue motivazioni, mentre le mie sono ancora  avvolte da una fitta nebbia.

Probabilmente si tratta di una vena di follia ereditaria: la prima volta che sono emigrato, avevo un anno e lasciavo la Tunisia in braccio a mio padre, venticinquenne italiano di seconda generazione, impiegato di banca, che si imbarcava per Torino via Genova, con mia madre in attesa del secondo figlio e in tasca una lettera di raccomandazione (quando si dice del familismo amorale degli Italiani…) per andare a fare i turni di notte in fabbrica alla Michelin.

Non ho lasciato l′Italia per il Canada per una impellente necessità economica, perchè non amassi il Bel Paese o stessi inseguendo il sogno di un diverso stile di vita (anche se quello è stato un effetto indesiderato che non ho trascurato di ottenere). Diciamo che ho voluto dare continuità al mio progetto di famiglia e che ho provato più curiosità per la vita in un Paese nuovo che per un conflitto a lungo termine dagli esiti incerti con la mia metà migliore, come sento dire spesso qui in Canada, l’ultima volta ieri sera, alla tv, da un ex galeotto redento dalla moglie e diventato pastore protestante. “Happy wife, happy life”, ripetono come in un mantra collettivo i mariti canadesi, tracannando una lattina di birra mentre cambiano faccia agli hamburgers durante il rituale barbeque e docilmente vanno a farsi sterilizzare dopo il secondo figlio. “To get fixed”, per farsi “aggiustare”, spiegano, con involontario umorismo.

Non dovevo farlo (sottinteso emigrare), non volevo farlo, potevo farlo, l`ho fatto. Certo, il “Veni, vidi, vici” del Renzi dell’epoca suonava meglio, ma lo sforzo di dare un nome alle mie Ragioni mi fa venire l`emicrania, anzi l`Emigrania.

Fatto sta che sono uno dei 30 milioni di Italiani che dall’Unità ad oggi hanno lasciato il Bel Paese per andare a vivere all’estero. Sono in buona compagnia: oggi siamo in 4 milioni e mezzo ad essere iscritti al Registro dei residenti italiani all’estero, per metà rimasti in Europa, il 40% in Nord e Sud America, il restante 10% tra Africa, Asia e Australia.

Siamo emigranti molto diversi da quelli che sbarcavano a Ellis Island con una valigia di cartone legata con lo spago. Le etichette appiccicate a questa nuova emigrazione lasciano il tempo che trovano: cervelli in fuga, camerieri di complemento, braccia da esportazione, diversamente italiani.

Non sono partito per il Canada con una valigia di cartone, né con un vagone di lingotti d’oro. Avevo una casa di proprietà con un mutuo, ho una casa di proprietà  anche qui (senza mutuo, ma è perchè qui le case costano la metà). Avevo un buon lavoro ben retribuito, per venire qui abbiamo creato, prima di partire, una micro-azienda che importa prodotti alimentari italiani (che fantasia, eh?), una garage company che dopo tre anni di attività mi assicura lo stratosferico stipendio di uno schiavo di Mc Donald. Teresa lavora in società di consulenza che ha uffici in tutto il Canada occidentale: uno stipendio dignitoso, ma nulla di più. Ma torniamo a noi, anzi a me. All’estate del 2013, quando mi imbarco a Linate con gli ultimi 7 scatoloni pieni di giacche, scarpe, camicie, libri. Teresa e le bambine sono già da un paio di settimane a Kelowna, una cittadina di 150 mila abitanti a 4 ore di macchina da Vancouver. Io sto per raggiungerle.

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