Una casetta piccolina in Canada

Gino Latilla non lo sapeva, e se lo sapeva non lo ha detto, ma non ci sono casette piccoline in Canadà. Gino chi? Dai, Gino Latilla, quello che cantava di Martino e della sua casetta in Canadà, “piena di vasche, di pesci e fiori di lillà”. Non ve lo ricordate?

Una specie di Elio e Le Storie Tese, anche lui accompagnato dall’orchestra dell’Ariston, ma con il frac: il finto “nonsenso” fatto canzone. Niente, eh? D’accordo: vi meritate la digressione.

Nel 1957, Gino Latilla e Carla Boni cantano in coppia al Festival di Sanremo “Casetta in Canadà”, il cui protagonista, Martino, continua a ricostruire la sua casetta nonostante il diabolico piromane Pinco Panco non smetta di incendiarla.

L’autore della canzone era Mario Panzeri, uno dei più grandi parolieri della musica italiana: ebbe grane col fascismo con “Maramao perchè sei morto” e “Pippo non lo sa” , perché deridevano due gerarchi del regime; ebbe grane con la Democrazia Cristiana di Amintore Fanfani, uomo politico non longilineo, per “Papaveri e Papere” (“lo sai che i papaveri son alti, alti, alti, ma tu sei piccolino…”); ebbe grane con la dominante cultura marxista nell’Italia post-ricostruzione, proprio per “Casetta in Canadá”, vista come un inno ai valori piccolo-borghesi (la casetta, il giardino) e alla laboriosità sottomessa (invece di annegare Pinco Panco con un idrante anti-incendio, come farebbe chiunque al suo posto, Martino continua a ricostruire la casa).

Ammetto che la parola Canadà, alla francese, con l’accento sulla “a”, sia stata scelta presumibilmente per fare rima con “lillà” (sono quasi certo che una magnolia avrebbe portato Panzeri ad ambientare la storia in una jurta in Mongolia), ma è troppo gustoso, almeno per me che in Canada ci sono emigrato, il riferimento alle dimensioni delle case (come detto, qui non ce ne sono di “piccoline”) e alla loro protezione contro gli incendi.

Lo dico per esperienza, avendo avuto l’autobotte dei pompieri alla porta di casa grazie ad una pizza alle verdure grigliate e ad uno smoke detector troppo sensibile: per farla breve, e perché non si dica che ho nascosto un dato sensibile a chi sta pensando di trasferirsi qui, occorre sapere che 240 secondi dall’apertura dello sportello del forno sono un tempo non sufficiente all’emigrato medio per chiamare la centrale e dichiarare il falso allarme, ma sono un tempo sufficiente a 6 vigili del fuoco autoctoni per salire sul camion anti-incendio e arrivare a casa dell’emigrato a sirene spiegate. E poi non stupitevi se da quando mi sono trasferito qui ho sogni libidinosi come una coda alle Poste…

Perché Kelowna? Perché ci vivono i miei suoceri, principalmente. Lo so, questo avrebbe dovuto indurmi a emigrare nel Mato Grosso o a non emigrare affatto, ma la città ha anche diversi plus, il primo dei quali, siamo onesti, é che non potevamo permetterci Vancouver, dove i prezzi delle case hanno raggiunto livelli da capogiro.

Kelowna, che vuol dire – ovviamente – “Femmina di Grizzly” nella lingua indiana locale, é una città medio-piccola di 120 mila abitanti, una via di mezzo tra Bergamo e Cagliari (in termini di popolazione, intendo) e gode probabilmente del migliore clima in Canada: 2000 ore di sole all’anno, 28 gradi di temperatura media in estate, – 0,3 gradi in dicembre e gennaio, di giorno, e -7 di minima notturna, come recita il sito dell’ufficio del turismo, con 28 centimetri di pioggia e 105 di neve all’anno.

Milano, tanto per fare un paragone con una città italiana “famosa” per il clima, ha 2200 ore di sole, 3,1 gradi di media in gennaio e 24,8 gradi a luglio, con 100 centimetri di pioggia e 40 di neve. Insomma a Kelowna piove un quarto e nevica il triplo che a Milano.

La città é il capoluogo della Okanagan Valley, si affaccia sull’Okanagan Lake, è costellata di vigneti e frutteti e ha una forte vocazione turistica: spiagge, campi da golf e itinerari del vino ne fanno la destinazione turistica domestica preferita per i canadesi in luna di miele, la capitale della gastronomia e il posto in cui i canadesi affluenti, dopo aver vissuto per 60 anni a meno 30 in Alberta, Manitoba o Saskatchewan, si ritirano in pensione. A richiesta, posso persino produrre come elemento di prova un opuscolo turistico il cui estensore, senza imbarazzo apparente, definisce la valle come una sorta di Hawaii del Canada.

Alla scelta della casa dedichiamo un paio di settimane, durante le quali imparo a verificare l’assenza di buchi nei calzini la mattina prima di uscire, visto che la regola di togliersi le scarpe quando si entra in casa qui non conosce eccezioni. Vediamo una ventina di unità immobiliari, ma ogni volta c’é qualche macroscopico difetto che non ho considerato: troppo lontana da scuola, troppo vicina a scuola, troppo buia, troppo vicina alla strada, a un vecchio cimitero indiano o allo stagno “che ora é ghiacciato e ci puoi giocare a hockey, ma d’estate é infestato da un miliardo di zanzare”.

Obietto che non giocherei a hockey nemmeno alla Playstation nel tepore di casa e che abbiamo vissuto per 5 anni nella zona sud di Milano, accanto alla riseria Tarantola, ma la mia riserva di masochismo sembra illimitata e curiosamente la scelta ricade su una casa da cui potrei centrare con un sasso l’abitazione di mio cognato e quella dei miei suoceri. O le loro teste. Il sospetto di essere stato rozzamente manipolato é grande, ma la vista dal 771 di Westpoint Drive è magnifica, il prezzo é un affarone (“smoking deal”, si dice da queste parti, e il fumo é sicuramente coinvolto nella definizione…) e “in sei mesi la si ristruttura alla grande per farne una ‘one million dollar house'”.

Curiosando su Internet (i dati sono del 2009, a recessione già in corso), scopro che la dimensione media di un’abitazione in Italia é di 81 metri quadrati. Più della Gran Bretagna (76), meno di Francia (112), Germania (109) e Spagna (97). Non mi stupiscono i 57 metri quadrati in media delle case russe e i 60 metri della Cina (erano la metà solo 15 anni fa), paesi in cui gli effetti del collettivismo non sono ancora “statisticamente” bilanciati dallo stile di vita dei “nuovi ricchi” postcomunisti. A Hong Kong le case hanno una superficie media di 45 metri quadrati, meno della metà della casa di un giapponese, sorprendentemente a 95.

Australia (214 metri quadrati), Stati Uniti (201) e Canada (181) occupano le prime tre posizioni della classifica, ma il paese della foglia d’acero é al primo posto per il numero di case con almeno 5 stanze.

Non ho dubbi che il divario di reddito, di tassi di urbanizzazione, di clima e di ampiezza del territorio disponibile giustifichino queste differenze, ma il paradosso é che in Canada ci sono le case più grandi e le famiglie più piccole al mondo.

Questo, per qualche sociologo malmostoso, é un pretesto sufficiente per concludere che i “millennials”, la generazione dei nati negli anni ’80, sono diventati egoisti, viziati e afflitti da irrealistiche aspettative di carriera anche perché sono cresciuti in queste case enormi. Non so se questo sia vero, ma questa versione nordamericana dei “paninari” nostrani, per colpa della recessione, é ogni fatta di trentenni con portafogli molto meno gonfi di quelli dei loro genitori.

Negli ultimi 5 anni le case di nuova costruzione si sono “ristrette” da 213 a 176 metri quadrati. E stanno sparendo un sacco di “ambienti” che una volta era considerati irrinunciabili. Qui di seguito, qualche esempio.

Art-room: é la stanza dove i bambini possono esprimere la loro creatività incollando paillettes alle pigne e le pigne al muro. O rifare la scena dei Croods dove il papà cavernicolo affresca le pareti della spelonca di famiglia, spiaccicando bacche variopinte a mani nude.

Boot-room: é stanzino dove ci si tolgono gli scarponi e i parka innevati dopo la caccia al tricheco; in qualche caso viene denominata “mud room”, stanza del fango, ma senza giornalisti italiani impegnati nella produzione di dossier.

Cold room: è la stanza non riscaldata della casa, dove non si immagazzinano culatello e parmigiano, ma beef jerky (ovvero listarelle di carne secca che hanno l’aspetto e il sapore di una cintura, ma sono prive purtroppo della fibbia) e Campbell Soup in scatola.

Play-room: é la stanza dove i bambini possono giocare in libertà e rendervi consapevoli della differenza tra dolore assoluto e calpestare un lego a piedi nudi. Per non danneggiare lo sviluppo psicofisico del minore, é fondamentale che sia una stanza diversa dall’art room.

Powder room: bagno cieco con lavandino e wc, destinato agli ospiti e quindi privo di bidè.

Bathroom: bagno con lavandino, wc, vasca da bagno e doccia, ugualmente senza bidè.

Jack and Jill: sono le camere da letto dei bambini e hanno un bagno in comune (indovina? Senza bidè).

Walk-in closet: da noi si chiamano cabine-armadio, ma puzzano nello stesso modo.

Wine cellar, hobby room, gym, music room, laundry room e media room non hanno bisogno di troppe spiegazioni, così come dining room e family room: basta la parola, anche se – come detto tutto questo sta cambiando.

Tutte queste partizioni dello spazio, le scalinate interne e i corridoi stile Shining, con Jack Nicholson dietro ogni porta con l’accetta in mano, nel Canada moderno, stanno facendo “la fine del dodo”, come si dice da queste parti, riferendosi ad un uccello estinto. Insomma, stanno tornando di moda i letti a castello e la coda in bagno la mattina, mentre sono “out” le cucine separate dalla sala da pranzo, sostituite da spazi multifunzionali.

Dopo tutto, se togli lo spazio inutile alla tipica casa canadese, ottieni una casa europea.

Io che ho dormito ben oltre la maggiore età in un mobile-letto in soggiorno, lo confesso, non sono riuscito a mantenermi lucido di fronte alla prospettiva di immergermi in questa orgia di spazio e così oggi sono il perplesso proprietario di una casa di 400 metri quadrati.

Ci sono 3 bagni, 3 caminetti a gas, due cucine, 4 camere da letto, due family room, oltre a play room, art room, ufficio, music room, dining room, boot room, laundry room, garage doppio e una “pratica” scalinata interna, delimitata da due muri circolari, che invece di portare sul ponte di comando della Enterprise, al cospetto del capitano Kirk (l’attore, William Shatner, é canadese) mette in comunicazione i due piani della casa. Prezzo: 600 mila dollari canadesi, circa 414 mila euro, ovvero 1000 euro al metro quadrato, il 20% in meno del prezzo medio al metro quadrato di un’abitazione in Calabria, la regione italiana dove le case costano di meno.

Ora viene la parte più divertente: la “renovation”, la ristrutturazione della casa, una specie di sport nazionale che si pratica a casa propria, per risparmiare, o a casa altrui per campare.

Alle “renos” sono dedicati diversi reality show, e la produzione televisiva aggiunge 10 mila dollari al budget del privato che ha un progetto di ristrutturazione da almeno 10 mila dollari. Basta essere “energetic and fun” e essere disponibili a impersonare sé stessi per almeno 3 giorni durante le 3 settimane di riprese. Mike Holmes é la star di questo genere di programmi e ha cominciato a ristrutturare le case all’età di 6 anni, lavorando con suo padre. A 19 anni si é messo in proprio, dando lavoro a 13 dipendenti, ha ristrutturato case con successo crescente per 20 anni, ma nel 2006 ha avuto l’idea vincente: una serie tv incentrate sulle “renos”.

Storie vere dove c’é un cattivo (l’artigiano incapace o disonesto, come quello che prende l’anticipo e scappa all’estero causando l’allagamento del semi-interrato o nasconde l’amianto nelle pareti isolanti), c’é la vittima (per esempio, la maestra che finisce sulla sedia a rotelle per colpa di un pirata della strada e ora deve riadattare la sua casa) e, naturalmente, un eroe, lui, creatore di una fondazione che tutela le vittime delle ristrutturazioni non eseguite a regola d’arte, al secondo posto nella classifica delle celebrità di cui i Canadesi si fidano di più, dopo l’ambientalista David Suzuki.

In Canada, l’industria delle “renovation” vale circa 50 miliardi di dollari all’anno, su un Pil di 1821 miliardi di dollari nel 2012, ma il mercato é in frenata, dopo 10 anni di crescita al ritmo del 7% all’anno perché sono finite le case da ristrutturare: in Italia, per fare qualche paragone, il 60% delle case da abitazione ha più di 40 anni.

Nonostante Mike Holmes, in questa zona di contadini convertiti al turismo, bastano una livella laser, una sega circolare e un pick-up e ci si improvvisa carpentieri, elettricisti, imbianchini, idraulici o piastrellisti. Chi non ha mai praticato il “fai da te” come disciplina olimpica é costretto a ricorrere a questi “artigiani”, offrendosi come “assistente” per spuntare qualche sconto sulla parcella finale.

É così che ho creato la mia leggendaria reputazione di “Demolition man”: ora posso smontare un cesso, a mani nude e bendato, in 8 minuti, tirar giù un muro di cartongesso con una spallata, prendendo una rincorsa di tre passi come in un rigore di Roberto Pruzzo o in telefilm poliziesco americano e, persino, estirpare le radici di un acero al modico prezzo di un paio di sedute di fisioterapia per recuperare la postura eretta.

Il problema, ma é un dettaglio, ne converrete, é che non sono capace di ricostruire le cose che demolisco, per cui mi trovo a sganciare 50 dollari dollari l’ora a personaggi come Kurt, imbianchino danese di 72 anni che é in Canada da mezzo secolo ma parla l’inglese dolce di Eric il Rosso prima della crociera atlantica, e questo nonostante ascolti la radio tutto il giorno, o Dennis, ex-insegnante di fisica e matematica di origini cinesi che lavora mezza giornata perché gioca a golf nel pomeriggio. Però Kurt ce l’ha tanto raccomandato….

Dodici mesi più tardi, dopo l’evaporazione di altri 250 mila dollari, coperti da un mutuo, la casa vista-lago può dirsi “renovated”: rifatta la cucina, rifatti i bagni, abbiamo finalmente un bidè, anche se abbiamo dovuto fare delle simulazioni pratiche di utilizzo dell’oggetto, perché Dennis non ne aveva mai visto uno.

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