Un posto dove puoi camminare nel folto di una foresta pluviale di cedri e abeti rossi, su un tappeto di muschio, risvegliando i tuoi sensi da Milanese Imbruttito. Profumi ancestrali di resina, uccelli canori, le onde dell’oceano che si infrangono su spiagge sabbiose lunghe chilometri, dove puoi fare “beach combing”. Letteralmente rastrellare la sabbia, anche solo con lo sguardo, per trovare chicche da collezionismo come frammenti di ossa di balena o le palle di vetro, ricavate da bottiglie riciclate di saké, e usate dai Giapponesi, dall’altra parte del Pacifico, come galleggianti per le reti da pesca. Un’idea di viaggio molto zen in cui uno dei pezzi più pregiati è il silenzio, in un luogo dove non si deve cercare a lungo la solitudine.
Chiaramente non è il Papeete, ma un arcipelago a forma di falce, 80 chilometri al largo delle coste della British Columbia, a due ore di volo da Vancouver. Fino al 2010, queste 450 isole battute dal vento del Pacifico erano chiamate Queen Charlotte Islands. Ora sono le Haida Gwaii, in onore del popolo Haida, gente arrivata dall’Asia attraverso lo stretto di Bering 10 mila anni fa.
Per il National Geographic, nel 2015, una delle venti destinazioni da non perdere (una rivista che qualche credito lo merita, visto che ha incluso la Puglia nel 2019).
Una sola strada asfaltata, la Highway 16, costeggia Graham Island a nord, dove si trova il Naikoon Provincial Park, perfetto per praticare il surf estremo o godersi la vista dell’Alaska.
Buona parte di Moresby Island, a sud, è invece occupata dal Gwaii Haanas National Park Reserve, un sito Patrimonio dell’Umanità Unesco che è anche la prima area al mondo protetta dalla cima delle montagne al fondo dell’Oceano.




Le Galapagos Canadesi, le hanno soprannominate, per la loro straordinaria biodiversità. Un posto dove i cervi Sitka pascolano nell`erba ai lati dell`autostrada e le aquile calve volteggiano nel cielo estivo, a decine. Dove puoi fare kayaking nelle acque dell`Oceano, contemplando una balena che emerge sbuffando a 50 metri da te. Succhiare senza testimoni le uova di un riccio di mare, a poca distanza dallo sguardo bistrato e dal becco tricolore di una pulcinella. O vivere il brivido di un incontro ravvicinato, ma non troppo, con un orso bruno, anche lui in spiaggia, mentre spolpa coscienziosamente un salmone.


L’anima dell’arcipelago, però, è nella storia drammatica del popolo Haida, i Vichinghi bruni che spinsero le loro canoe da guerra da cento vogatori fino allo Stato di Washington.
Un popolo che si è trovato a un passo dall’estinzione: tra l’Anno del Contatto, nel 1774, e il 1915, il 90% degli Haida è stato sterminato dal vaiolo e altre malattie infettive. Con i coloni europei, erano arrivati nell`arcipelago anche virus e microbi alieni per il sistema immunitario degli indigeni.
Un libro di Tom Swanky, “The True Story of Canada’s ‘War’ of Extermination on the Pacific”, ha chiarito che non si è trattato di un incidente della Storia, ma di un`autentica pulizia etnica, condotta dal governo provinciale attraverso strumenti da Guerra batteriologica. L`epidemia di vaiolo fu propagata attraverso coperte contaminate e la deportazione dei soggetti infetti nelle aree dove si concentravano le popolazioni aborigene, con l’unico obiettivo di impossessarsi di quelle terre. Interi villaggi vennero abbandonati perché non c’era il tempo di seppellire i morti. I 4000 Haida che vivono qui oggi appartengono, per via materlineare, al clan dei Corvi o a quello delle Aquile e, per tradizione, si sposano con persone dell’altro gruppo. Sono i discendenti dei seicento sopravvissuti, all`inizio del ‘900, su una popolazione di decine di migliaia di unità.
Un genocidio che è stato anche culturale, messo in atto attraverso leggi che bandivano la lingua Haida, in una cultura trasmessa oralmente, o le istituzioni che erano al centro della vita collettiva. Come il Potlatch, la festa che riuniva i membri della tribù per celebrare le nascite e le morti e dove il prestigio sociale dei ricchi era definito da quanto erano capaci di donare ai meno abbienti beni di valore, come armi, coperte, abbigliamento, canoe, oggetti d’arte, cibo, rame, schiavi, diritti di pesca o di caccia accumulati nel tempo.
Un meccanismo di redistribuzione della ricchezza e una visione del diritto di proprietà che andava in rotta di collisione con il capitalismo protestante dei coloni, e che fu sanzionato penalmente dal 1884 sino gli anni ’50.
Tra le altre facce vergognose di questo genocidio culturale c’è quella della separazione dei figli dai genitori e dell’affidamento obbligatorio alle scuole residenziali, create dalle chiese Cristiane e dal governo canadese per educare e convertire la gioventù indigena. L’ultima scuola residenziale è stata chiusa nel 1996, ma le scuse ufficiali dell’allora premier Stephen Harper ai ragazzi e alle famiglie sono arrivate solo nel 2008.
L’arte del popolo Haida, da esplorare nei musei e nelle botteghe ma anche all’aperto, nei villaggi lungo la costa, è – col suo intreccio mistico di naturale e sovrannaturale – un’altra ragione per venire qui.
Le decorazioni a due dimensioni degli oggetti di uso comune fanno pensare a trattati di metafisica elementare, dove vengono rappresentate anime dalle sembianze umane migrate dentro a corpi animali. I morti che si reincarnano nei salmoni, nelle aquile, nei colibrì, nelle orche, nei lupi.
Temi che si ritrovano nella estetica dei totem, colonne di Traiano incise nel legno, che a decine punteggiavano gli insediamenti e che i missionari bianchi, arrivati all’inizio del ‘900, si sono impegnati a far rimuovere in quantità. Per poi magari venderli ai collezionisti di tutto il mondo, “ad maiorem Dei gloriam”.

Dodici, quindici metri di tronco di cedro intagliato per dare vita a miti fondativi, leggende, eventi storici, per raccontare il rapporto con la natura. Teste umane scolpite e dipinte, che sormontano il racconto di legno e celebrano le sentinelle che scrutano il mare per dare l’allarme. Il mito e la magia per spiegare terremoti e tsunami, come quello del 2012, potentissimi, ma raramente letali in zone dove la presenza umana è così limitata.
Oggi le Haida Gwaii sono una terra di confine dove si fronteggiano le contraddizioni del pianeta, soprattutto in materia di ambiente.

A cominciare dai 10 milioni di litri di gasolio all`anno che servono ad alimentare le due centrali di BC Hydro per generare elettricità o dalla crisi abitativa creata dai più elevati costi di costruzione delle case e che spinge molti residenti a vivere su barche ormeggiate.
Terrapiattisti praticanti, convinti che il cielo fosse una scodella solida rovesciata, gli antichi Haida credevano nel Thunderbird, l’Uccello Tonante, una capricciosa entità sovrannaturale che creava i fulmini.
Arrabbiato con gli umani, cercò di farli annegare tutti con un diluvio universale, ma l’acqua non si sollevò abbastanza. Le simulazioni sul cambiamento climatico gettano un’ombra cupa su queste isole: questa volta il Thunderbird potrebbe riuscire nel suo desiderio di sterminio. Negli anni ’90 il Nino fece alzare di 40 centimetri il livello delle acque e l’erosione si mangiò chilometri di costa.
A metà degli anni ’80, i nipoti con la divisa delle Giubbe Rosse arrestavano i nonni che facevano sit-in per protestare contro lo sfruttamento forestale e la pesca commerciale.

Con quella rivoluzione non violenta, gli Haida reclamavano quello che è loro da sempre. Gli alberi. La fauna selvatica. O le aringhe nel mare, il metronomo delle stagioni, che arrivano a marzo e segnano il momento in cui si può cominciare a farsi nutrire dall`Oceano e non dai congelatori, come durante l’inverno. Per gli Haida, il mondo vive in bilico sulla lama di un coltello. Bisogna mantenere l`equilibrio e non si può prendere più di quello che serve. La natura merita rispetto. Quanto di più lontano dalle metriche dell’industria ittica o forestale. Nel tempo si è arrivati a un trattato che ha disegnato una forma di cogestione forse unica al mondo. Per celebrare questa riconciliazione tra il popolo Haida e il governo federale è stato eretto un magnifico totem a Windy Bay. Non se ne costruivano da 130 anni.
