Rasputin, la statistica e il Canada come 51° Stato.

Kate mi spiega che a scuola si stanno occupando della Rivoluzione russa.  Io sto preparando il risotto agli asparagi e sento senza ascoltare. Seguo il filo dei miei pensieri su Trump e la sua idea di fare l’Anschluss del Canada. I dettagli da film dell’orrore sulla fine di Rasputin mi riscuotono: “Per ammazzarlo hanno dovuto dargli biscotti e vino al cianuro, sparargli 3 revolverate e buttarlo dentro a un fiume ghiacciato”. Il mio cervello va in cortocircuito.

La senilità prende il controllo dei comandi e fa scattare la ovvia connessione col lead-singer dei Boney M. Certo, il gilet di pelle aperto sul petto faceva schifo, ma ammazzarlo così?  Improbabile. Le chiedo se il cantante dei Boney M. è ancora vivo. Lei controlla: scopre che si chiamava Bobby Farrell ed era di Aruba.

Mi dice che è morto a San Pietroburgo. “Dicevo il cantante, non il monaco”, obietto sbuffando, pronto alla tirata sulla incapacità della Gen Z e Alfa di concentrarsi. “Il cantante è morto a San Pietroburgo”, risponde piccata.  “Non ci credo”. Controllo. Ha ragione lei. Un attacco di cuore dopo un concerto. Kate riprende il suo smartphone, con Wikipedia aperta su tutti e due. “E’ morto il 30 dicembre”. “Chi?”. “Bobby Farrell – mi dice – e anche Rasputin”. “Non ci credo”. Controllo. Ha ragione lei.

Scavo come una talpa. Leonid Brezhnev scelse i Boney M. come primo grande gruppo musicale occidentale autorizzato a suonare nell’URSS. La spiegazione del Financial Times è che “i loro costumi carnevaleschi e i testi delle loro canzoni erano sufficienti a eccitare l’irrequieta generazione più giovane, ma improbabili abbastanza da incitarli a una vera ribellione”. Nel concerto del 1978 sulla Piazza Rossa, però, la canzone sugli eccessi della Russia zarista non fu cantata a causa del suo testo sessualmente allusivo. Salvo diventare rapidamente un punto fermo delle piste da ballo dei club giovanili e delle scalette delle house band in tutta l’Unione Sovietica.

Chiedo a Perplexity quante probabilità ci sono che Rasputin e Bobby Farrell siano  morti nello stesso giorno e nella stessa città.  Perplexity sputa la risposta moltiplicando le due probabilità individuali. Ovvero 1 su 365, circa 0,27%, e 1 su 10 mila, il numero di città “rilevanti” al mondo, circa 0,01%. Il risultato è 0,000027%.

Comparabile con la probabilità di essere attaccati da uno squalo (0,00003%), ma molto al di sotto di quella di essere colpiti da un meteorite (circa 0,0004%).

L’appetito vien mangiando, ma cresce anche con l’ansia da overload informativo che dobbiamo al nuovo inquilino della Casa Bianca. “Che mi dici – chiedo a Copilot – della probabilità che il Canada diventi il 51º stato?”. Inferiore allo 0,0001%, è la risposta. Questo perché ci sono moltissimi fattori politici, sociali ed economici a rendere  una tale situazione altamente improbabile.

Faccio la stessa domanda ad altri LLM. Secondo Perplexity, siamo intorno all’1-2%. Per ChatGPT è un valore prossimo allo zero. Gli argomenti sono simili.  Il Canada è uno dei paesi più sviluppati al mondo, membro del G7 e ha una forte identità nazionale distinta dagli Stati Uniti. Ha un sistema politico e culturale diverso (monarchia costituzionale con un sistema parlamentare vs. repubblica presidenziale).

Inoltre, oltre a leggi più restrittive sulle armi, il Canada ha un Welfare State più sviluppato rispetto agli USA (sanità pubblica, politiche sociali più ampie), e anche per questo vanta migliori risultati in tutti gli indici sulla qualità della vita: longevità, mortalità infantile, livello di educazione.

Un altro argomento è che la relazione tra USA e Canada è più vantaggiosa mantenendo l’indipendenza reciproca. Gli Americani già oggi accedono, a prezzi vantaggiosi, a tutta una serie di risorse critiche, a cominciare dall’oil&gas.

Grande risalto per un’analisi di Politico, che suggerisce che l’annessione del Canada potrebbe far perdere voti a Trump e al Partito Repubblicano anche per la natura tendenzialmente più “progressista” della società canadese.

Anche per DeepSeek, che interrogo con particolare interesse perché lo immagino più incline ad argomentazioni del tipo “un uomo solo al comando”, siamo intorno allo 0,1-1%.  Stessi argomenti. Con qualche riferimento storico in più. Il Canada è indipendente dal 1867, e ha legami stretti con il Commonwealth britannico da allora. Bizzarramente, DeepSeek analizza la cosa dal punto di vista della procedura politica necessaria: in Canada, ci vorrebbe l’approvazione unanime del Parlamento e di tutte e 10 le province, secondo il Canada Act 1982.  Negli Stati Uniti, servirebbe una maggioranza di due terzi al Congresso e la ratifica da parte di almeno 38 stati.

E poi un’annessione del Canada altererebbe gli equilibri globali, suscitando pesanti reazioni internazionali, sia da parte degli alleati (ne sono rimasti?) che dei rivali.

I rivali non sono citati, ma  si può dubitare che Putin e Xi Jinping sarebbero contenti di avere davanti una North-America Fortress di quelle dimensioni, sia pure nel risiko tripolare che sembra avere in testa il Bipolare e che secondo una certa allucinazione geopolitica sarebbe il Nuovo Ordine Mondiale in fieri.

Poi incappo in un dato che mi toglie l’appetito. Secondo un sondaggio Ipsos, la stragrande maggioranza dei canadesi (87%) è d’accordo che il Canada debba rimanere indipendente, nonostante i Trump-deliri.

Il 43% dei canadesi tra i 18 e i 34 anni, però, voterebbe per diventare americani se fosse garantita la conversione dei loro asset in dollari USA. Quali asset, mi chiedo cinicamente, visto che vivono ancora nello scantinato della casa dei genitori? Certo, non è (ancora) la maggioranza della popolazione, ma ora guardo Kate con un certo sospetto.

Il punto è che le argomentazioni che escludono (quasi) il rischio di un Anschluss del Canada sono fragili di fronte alle logiche della Legge della Giungla, cui Trump ha dato voce senza troppi giri di parole: voglio le tue risorse, ho la forza per prenderle, dammele prima che qualcuno si faccia male. Il pappagallo stocastico dell’AI, che indovina la parola seguente più probabile in una frase, ha dei problemi a riconoscere il Cigno Nero. E Trump risponde perfettamente alla descrizione, come prova il lingotto d’argento che celebra il connubio tra la sua foto segnaletica e il simbolo degli eventi imprevedibili pure per l’Intelligenza Artificiale.

Leave a comment

Unknown's avatar

About giovanni marco patrizio litrico